Negli ultimi tempi la trasformazione digitale ha cambiato in modo radicale la maggior parte dei servizi di cui in passato si usufruiva presso luoghi fisici, e ormai si svolgono prevalentemente online attività come operazioni bancarie, prenotazioni per le prestazioni sanitarie e quelle della pubblica amministrazione, e ovviamente acquisti sulle piattaforme di e-commerce.
Ma mentre l’intelligenza artificiale accelera la crescita del digitale, aumenta di pari passo anche la paura delle frodi informatiche. I numeri emersi recentemente dal rapporto annuale dell’Internet Crime Complaint Center (IC3) dell’FBI e dal nuovo Y-Report 2026 di Yarix fotografano infatti un contesto sempre più complesso. Negli USA le segnalazioni di crimini informatici sono aumentate del 26%, mentre gli attacchi ransomware a livello globale sono raddoppiati (+51%).
Dietro questi dati, non c’è però soltanto un problema tecnologico, ma soprattutto una crisi di fiducia, causata sia dal cybercrime che dalla scarsa trasparenza delle stesse aziende, a cui spetta il compito di tutelare i dati dei propri clienti.
A evidenziarlo sono rapporti autorevoli come il “Digital Trust Index 2026” di Thales, da cui è emerso che solo il 23% dei consumatori si fida delle aziende che utilizzano l’IA per gestire i propri dati, e solo il 16% afferma di comprendere chiaramente come le aziende raccolgono e utilizzano le loro informazioni personali, ricordando che per tali preoccupazioni l’82% degli utenti intervistati aveva già dichiarato di aver abbandonato almeno un brand nell’ultimo anno.
Il vero rischio è la sfiducia digitale – Ogni attacco ransomware, ogni data breach, ogni truffa online non colpisce quindi soltanto aziende e infrastrutture, ma condiziona direttamente la percezione di sicurezza degli utenti. Questo significa meno propensione a utilizzare servizi online, minore disponibilità a condividere informazioni personali, e anche maggiore diffidenza verso applicazioni e strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
Pertanto, nelle aziende digitali la cybersecurity non è più soltanto una questione tecnica riservata agli specialisti IT, ma è diventata un fattore fondamentale che incide sulla fiducia dei clienti e sullo stesso business, motivo per cui dovrebbe interessare il management da vicino.
Cybercrime industrializzato e utenti sempre più vulnerabili – Secondo il report dell’FBI, l’intelligenza artificiale sta inoltre abbassando drasticamente la soglia delle competenze tecniche necessaria per creare campagne fraudolente credibili: email di phishing scritte in modo impeccabile, deepfake con impersonificazioni realistiche, e truffe automatizzate sono ormai a portata di mano anche di hacker poco più che principianti.
Questo cambia radicalmente il paradigma della sicurezza digitale a cui eravamo abituati negli ultimi anni. Limitarsi oggi a raccomandare di “fare attenzione” ai messaggi sospetti sarebbe come consigliare di non prendere caramelle dagli sconosciuti. Gli attacchi stanno diventando sempre più convincenti, personalizzati e difficili da riconoscere anche per utenti esperti.
In parallelo, cresce anche la percezione di vulnerabilità. Compromissioni di account, furti di identità, truffe online sono ormai all’ordine del giorno, e vacillano anche sistemi che fino a poco tempo fa erano reputati sicuri, come l’autenticazione con dati biometrici dell’utente o quella a due fattori.
In questo scenario in cui non ci sono più certezze di sicurezza assoluta, diventa sempre più difficile guadagnare la fiducia senza dimostrare un impegno concreto per tutelare gli utenti e offrire garanzie concrete sulle tecnologie messe a loro disposizione.
La fiducia si costruisce con trasparenza e responsabilità – La percezione di sicurezza e fiducia non dipendono soltanto dall’utilizzo delle tecnologie di sicurezza più avanzate, ma soprattutto dal comportamento proattivo delle organizzazioni. Come denotano le statistiche, gli utenti oggi vogliono sapere come vengono trattati i loro dati, quali misure di sicurezza vengono adottate, come verranno gestiti eventuali data breach, e soprattutto desiderano comprendere se esiste un reale impegno nella protezione delle informazioni personali da parte delle aziende a cui si affidano, oppure se il rispetto della privacy viene solo sbandierato sotto forma di slogan per cercare di ingraziarsi i clienti.
Oggi la vera sfida non è soltanto fermare i cybercriminali, o rincorrere il progresso tecnologico per rimanere competitivi, ma anche evitare che gli utenti perdano definitivamente la fiducia nel digitale, perché senza di essa nessuna innovazione può davvero funzionare in modo sostenibile.
Nicola Bernardi, Presidente di Federprivacy